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IL VALORE SIMBOLICO DEL CIBO

IL VALORE SIMBOLICO DEL CIBO

Così come per i cittadini dell’impero romano, anche per i Longobardi il cibo e le bevande rivestono un ruolo importante in occasione dei riti funebri e lo saranno ancora per tutto il periodo alto medievale.
Dagli scavi nelle aree archeologiche di maggiore importanza sono state portate alla luce vere e proprie necropoli longobarde, dove un elemento costante è costituito da resti di pasti.
La valenza del cibo è stata attribuita alla sua duplice valenza all’interno dell’area sepolcrale, una costante presente tanto nell’area pannonica quanto in quelle germaniche, di prima colonizzazione.
Anche in Italia settentrionale, gli archeologi hanno riscontrato le tracce delle stesse usanze, ad esempio, a Cividale del Friuli, nella celebre tomba di Giulfo, e nella necropoli di Nocera Umbra, dove figurano anche resti di carne suina.
Anzitutto, una prima valenza è quella di offerta alimentare per il defunto, cui erano destinati animali quali volatili, ovini e bovini, uova, molluschi e pesci, semi di cereali e di altre piante oltre a recipienti contenenti tracce di olio o di altri condimenti per le pietanze e, soprattutto, di idromele, ritenuta una bevanda dalle proprietà magiche e terapeutiche, e di vino, che donava ai commensali saggezza e conoscenza.
Una simile pratica conferma l’ipotesi che i Longobardi credessero in una vita ultraterrena, in cui il defunto mantenesse inalterate la sua personalità, il suo status sociale, e, di conseguenza, anche la necessità di approvvigionarsi quotidianamente.
La seconda valenza del cibo, invece, è quella di fungere da collegamento tra il regno dei vivi e quello dei morti.
Poiché i Longobardi, al momento del loro arrivo nel Nord Italia, sono soprattutto un popolo di guerrieri, per loro è imprescindibile l’aspetto della celebrazione del ricordo del defunto e delle sue gesta in vita. Così, gli alimenti del banchetto per i partecipanti al rito funebre sono legati ad un momento di convivialità, in cui il gruppo dei vivi deve rinsaldare i suoi legami per poter sopravvivere e mantenere nitido il ricordo del defunto.
Nei pressi del sepolcro, al momento della deposizione del feretro, il rito collettivo univa i parenti alla persona scomparsa e perciò si preparava un banchetto in onore di quest’ultima, accendendo un fuoco per arrostire le carni degli animali. Oltre ai resti carboniosi del legname e del cibo combusto, sono però stati rinvenuti anche frammenti di vasellame: si tratta di stoviglie che venivano volutamente frantumate alla fine del banchetto, come a suggellare la fine delle esequie.
 

Se l’archeologia entra in cucina
 
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