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LA CHIESA DI SAN SALVATORE DI BRESCIA

LA CHIESA DI SAN SALVATORE DI BRESCIA

La Chiesa di San Salvatore costituisce una delle testimonianze più importanti dell’architettura religiosa altomedievale conservata in alzato ed è il cuore del complesso monumentale di Santa Giulia. 
Un primo luogo di culto longobardo (seconda metà del VII secolo d.C.) è stato individuato nell’area che precedentemente era occupata da abitazioni di età romana.
Presenta una pianta a “T”, con transetto a tre absidi, e rimase in uso sino alla metà dell’VIII secolo d.C., quando venne costruita la chiesa desideriana, di dimensioni maggiori, articolata in tre navate scandite da colonnati. L’ampio uso di materiale di reimpiego di età classica e di provenienza bizantina offre una delle più significative testimonianze della volontà di affermazione del popolo longobardo. Colonne e capitelli sono diversi nel materiale e nelle decorazioni, ma disposti in modo da creare una corrispondenza tipologica tra quelli delle navate settentrionale e meridionale; alcuni sono provenienti da spogli di edifici precedenti, mentre altri vennero realizzati appositamente.
Nel colonnato nord si distinguono in particolare due capitelli “a paniere” di matrice bizantina, provenienti forse da Ravenna, a seguito della conquista della città da parte degli stessi Longobardi.
La basilica venne interamente decorata con stucchi e affreschi integrati tra loro; l’apparato ornamentale costituisce, con quello del cosiddetto “Tempietto Longobardo” di Cividale, uno dei più ricchi e meglio conservati dell’Alto Medioevo.
Sulle pareti della navata centrale le raffigurazioni dipinte al di sopra degli archi erano disposte su tre fasce:
riquadri del registro superiore: episodi della vita di Cristo dall’infanzia alla Resurrezione;
riquadri del registro inferiore: vicende delle sante martiri cristiane Giulia, Pistis, Elpis e Agape;
iscrizioni alla base delle storie, di cui sopravvivono alcuni frammenti:  sulla parete  sud  della navata centrale sono leggibili le parole “Regnantem Desiderium” a ulteriore testimonianza della cronologia di edificazione della basilica, mentre altre lettere restano di difficile interpretazione.
I lacerti superstiti della decorazione ad affresco mostrano scene di paesaggio e scorci di complesse architetture, in uno stile plastico e originale, ma pienamente inserito nel linguaggio della pittura dell’Italia settentrionale e dell’arco alpino tra VIII e IX secolo, con affinità con gli affreschi del muro meridionale della navata centrale nella chiesa di Castelseprio (VA).
Gli stucchi rivestivano un’importanza fondamentale nella decorazione della basilica, secondo modelli ravennati (Sant’Apollinare in Classe) e romani (San Paolo Fuori le Mura). Inoltre   nascondevano le imperfezioni nella giunzione di elementi diversi    e completavano le parti mancanti dei lapidei di reimpiego.
I diversi motivi decorativi realizzati a stucco e disposti con attenta simmetria, rivestivano i sottoarchi, le ghiere e le aureole che circondavano i visi dei personaggi principali degli affreschi.
Gli elementi floreali erano impreziositi, come nei fregi del Tempietto di Cividale, da piccole ampolle di vetro colorato inserite al centro dei petali dei fiori. In stucco erano anche i lacunari che rivestivano i soffitti di legno a copertura piana.
Gli stucchi venivano modellati direttamente sul muro, con un’armatura composta da sottilissime canne, su strati sovrapposti: contemporaneamente agli affreschi veniva steso un primo strato, la cui modellazione veniva poi completata e ravvivata dal colore.
La basilica era poi arricchita da cornici, mensole e formelle in terracotta, esempio isolato nella produzione artistica dell’epoca.
Tutto l’apparato decorativo accoglie con evidenza gli influssi dell’arte mediorientale, dovuti anche all’arrivo di maestranze migrate dopo la caduta dell’impero Omayyade. Nel muro perimetrale meridionale della chiesa era ricavata una tomba, di cui resta un arco con tracce di decorazione ad affresco che doveva sormontare una cassa di lastre di pietra. La presenza su di essa, sino al XVII secolo, dell’iscrizione “Ansa regina, regis Desiderii uxor”, la posizione importante e la tradizione di offrire focacce e vino ai poveri in occasione dell’anniversario della morte della regina Ansa, fanno supporre che si trattasse effettivamente della tomba della moglie di Desiderio.
Di fronte all’arcosolio sono inoltre presenti, al di sotto del piano pavimentale, tre tombe a cassa in muratura, con copertura alla cappuccina e interno decorato con croci dipinte e motivi ad intreccio, probabilmente appartenenti alla famiglia di Ansa, forse del padre e dei due fratelli.
Anche i motivi ornamentali dell’arredo liturgico in marmo riecheggiavano la ricchezza delle decorazioni in stucco e in terracotta: ad un ambone dovevano appartenere le lastre in marmo bianco con raffigurati due pavoni gradienti verso il centro, una sintesi del naturalismo di età tardoantica e dell’eleganza bizantina.
Lastre ad arco con decorazione geometrica e vegetale dovevano forse costituire una struttura a baldacchino al di sopra di un altare o di un reliquiario, mentre numerose cornici ad archetti sembrano pertinenti ad una pergula di separazione tra la zona absidale e le navate della chiesa. Dopo l’arrivo delle reliquie  di Santa Giulia nel 761, la chiesa venne dotata di una cripta, che subì diverse trasformazioni, sia in antico, sia in età romanica, quando venne ampliata verso ovest.
Nella zona più antica si vedono ancora gli archetti decorati in stucco e lacerti degli affreschi.


 

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